domenica 31 ottobre 2021

The Yes Album


Gli Yes sono un gruppo musicale britannico formato nel 1968, annoverato tra i principali esponenti del rock progressivo.
La band, fondata dal cantante Jon Anderson, il bassista Chris Squire, il chitarrista Peter Banks, il tastierista Tony Kaye e il batterista Bill Bruford,  ha conosciuto il periodo di maggior successo negli anni settanta e ottanta, e nel corso degli anni ha visto avvicendarsi numerosi componenti.
Sebbene il gruppo abbia sempre conservato una certa complessità compositiva, sono due le formazioni rilevanti che, tra le tante susseguitesi nel corso del tempo, si sono distinte per aver adottato due stili musicali radicalmente differenti: la prima, quella del periodo progressive, o "classico", degli anni settanta era composta da Jon Anderson, Chris Squire, Bill Bruford (o Alan White), dal chitarrista Steve Howe e dal tastierista Rick Wakeman ed era guidata da Anderson; l'altra, caratterizzata da sonorità prossime al pop rock e all'arena rock, ha attraversato gli anni ottanta e una parte dei novanta, e comprendeva Jon Anderson, Chris Squire, Tony Kaye, Alan White e il chitarrista Trevor Rabin. Il ruolo di leader, in quest'ultima line-up, era chiaramente ricoperto da Rabin.
Grazie ad album strutturalmente complessi e articolati, acclamati da critica e pubblico, come The Yes Album, Fragile, Close to the Edge, Relayer, Going for the One e all'estroso e controverso Tales from Topographic Oceans, la band contribuisce in maniera sostanziale a delineare lo sviluppo della scena progressive inglese e in seguito, dopo essersi riformata con Rabin, riscuote un successo discografico e popolarità a livello mondiale con 90125.
Gli Yes, proponendo un sofisticato rock sinfonico e romantico che fa largo uso di strumenti elettronici innovativi,  come il sintetizzatore, il moog e il mellotron, simboleggiano lo stile progressive e definiscono insieme ad altre formazioni, tra le quali King Crimson, Genesis e Gentle Giant, i canoni stessi del progressive rock.
La band ha pubblicato l'ultimo album in studio nel 2014, Heaven & Earth. È stata sempre attiva nel corso degli anni, tranne per due brevissimi periodi: il primo agli inizi degli anni ottanta, a causa del temporaneo scioglimento della stessa, e il secondo a metà degli anni duemila. Di fatto gli anni 2010 rappresentano il sesto decennio di attività di questo gruppo. 
Dopo aver realizzato due discreti album (Yes e Time And A Word), la line up originaria cambia grazie all’innesto del fantasioso chitarrista Steve Howe in sostituzione del più convenzionale Peter Banks: la band diventerà soprattutto grazie a lui una delle più importanti del movimento rock progressivo degli anni settanta.
La nuova formazione pubblicherà nel marzo del 1971 

 

The Yes Album, prodotto unitamente a Eddie Offord (famoso per aver lavorato anche con gli Emerson Lake & Palmer), che rappresenta uno dei vertici assoluti della loro produzione e vero e proprio punto di riferimento di tanti gruppi dediti al progressive rock.
Il talento di Howe trasformerà radicalmente il songwriting degli Yes in quanto le composizioni diventeranno molto più articolate (non mancano, ad esempio, palesi riferimenti alla musica classica) e porranno in costante evidenza l’eccezionale virtuosismo dei singoli componenti. In tal senso è giusto parlare degli Yes definendolo un vero e proprio supergruppo.
I brani presenti su questo disco verranno eseguiti a lungo nelle esibizioni dal vivo a testimonianza della loro bellezza che permane tutt’oggi immutata a distanza di quasi quarant’anni.
La cover piuttosto lugubre contrasta con la cristallina armonia del platter che include quattro lunghe composizioni da annoverare, in particolare la stratosferica Yours Is No Disgrace, tra i classici del gruppo e due brevi giudicate sovente meno importanti (anche se l’acustica The Clap, pur essendo avulsa dal contesto strutturale dell’album, è una vera e propria perla country/ragtime di Howe, dedicata al figlio di Dylan, qui registrata dal vivo al The Lyceum di Londra il 17 luglio 1970).
Le tracks sono dinamiche passando da linee suadenti e melodiche a parti più sostenute dove gli eccezionali componenti della band danno sfoggio della loro incommensurabile tecnica; il versatile vocalism quasi fanciullesco di Jon Anderson ha il potere di soggiogare l’ascoltatore, mentre le lunghe cavalcate strumentali si dipanano ponendo in particolare evidenza il fraseggio chitarristico di Steve Howe: i suoni prodotti dalla sua sei corde (la preferita è la Gibson ES-175) sono avvolgenti e corposi diversi da quelli proposti da tanti altri perché più ricercati; le sue escursioni quasi jazzistiche vestono le song di arricchimenti barocchi tracciando i prodromi per le lunghe suite divise in più movimenti che saranno sviluppate più significativamente nei full lenght successivi.
Assolutamente epico l’assolo di chitarra contenuto in Würm -composta originariamente da Howe quando militava nei Bodast- facente parte di Starship Trooper.
I've Seen All Good People ha anche venature quasi folk ed è un brano che ho sempre amato molto gioioso e solare.
Taluni critici sostengono che The Yes Album non sia il capolavoro della band nella considerazione che con il tastierista Rick Wakeman (prenderà il posto di Tony Kaye a partire dal quarto album intitolato Fragile) la musica degli Yes raggiungerà la piena maturazione stilistica.

Tracks Listing

1. Yours Is No Disgrace 
2. Clap (live)  *
3. Starship Trooper: Life Seeker / Disillusion / Wurm 
4. I've Seen All Good People: Your Move / All Good People 
5. A Venture 
6. Perpetual Change 

* Recorded Live at the Lyceum, London

Bonus tracks on 2003 Elektra remaster:
7. Your Move (single version) 
8. Starship Trooper: Life Seeker (single version) 
9. Clap (studio version) 

Bonus tracks on 2014 Panegyric DVD:
1. Yours Is No Disgrace (live, London 1971) 
2. Clap (studio version) 
3. Starship Trooper: Life Seeker (single edit) 
4. I've Seen All Good People (live, London 1971) 
5. A Venture (extended mix) 
6. Perpetual Change (live, New Haven 1971) 

Line-up / Musicians

- Jon Anderson / lead vocals, percussion
- Steve Howe / acoustic & electric guitars, Portuguese 12-string guitar (4), vocals
- Tony Kaye / Hammond organ, piano, Moog synthesizer
- Chris Squire / bass, vocals
- Bill Bruford / drums, percussion

With:
- Colin Goldring / recorders (4,7)
- Eddie Offord / co-production & engineering

 

sabato 30 ottobre 2021

Van Der Graaf Generator - H To He Who Am The Only One

 


Il sassofonista David Jackson contribui` a far compiere un passo avanti su The Least We Can Do Is Wave To Each Other (Charisma, 1970), album che contiene soltanto sei lunghi brani. Refugees e` una ballata ben piu` sofferta. Darkness, White Hammer e After the Flood sono veri e propri poemi filosofici che stendono un ponte fra la Mitteleuropa degli anni '30 e la paura dell'epoca nucleare.
I toni sinistri di quell'album sfociarono nel H To He Who Am The Only One (Charisma, 1970 - Virgin, 2005), il manifesto romantico dei VDGG. I brani sono soltanto cinque e ben tre superano i dieci minuti. I testi e le melodie di Hammill sono accompagnati da armonie intricate, laboriose, fatte di sobbalzi ritmici e di disturbi di sottofondo che ne aumentano la drammaticita'. Un jazz-rock, figlio bastardo di Miles Davis, assume tinte maschie e terribili.
Il riff truce ed ossessivo di Killer (un tour de force dei fiati) immerge nell'atmosfera macabra di un poema sul Male, prima di essere spazzato via dalle frasi epiche dell'organo.
Struggente delirio di solitudine e` invece House With No Door, ballata lirica ed elegiaca per pianoforte.
L'epica visione di The Emperor In His War Room  e` un altro incubo omicida, che il canto gelido di Hammill, oscillando fra diversi registri riesce a rendere in tutta la sua agghiacciante nevrosi. La tecnica assomiglia a quella dei Genesis, ma con due importanti varianti: il suono non e` al servizio di fiabe medievali, ma di atroci drammi interiori; l'arrangiamento non indulge in barocchismi, ma e` essenziale e finanche sgradevole.
Lost  si spalanca in abissi di paura e desolazione: l'organo tesse litanie liturgiche mentre il sax strania con frasi struggenti, una scossa elettrica scatena un pandemonio da fiera, la batteria tiene una cadenza funerea sulle note indiane del sax, e nel crescendo finale si perde la disperata agonia di Hammill.
I VDGG mettono a punto una forma di musica narrativa che non racconta una trama, ma approfondisce un soliloquio. La quintessenza di questa prassi e` Pioneers  che, lungi dal celebrare una saga spaziale, descrive invece il tormento di un pioniere dello spazio perdutosi fra le galassie (momenti di apoteosi e invocazioni di aiuto) e la musica lo accompagna nei vortici della sua angoscia. Lo stile vocale di Hammill, mutuato da Tim Buckley, con in piu` una teatralita' wagneriana, conferisce sovratoni di pathos ed epos.
Continuando la progressione verso un sound sempre piu` complesso e spaventoso, il gruppo giunge al capolavoro con Pawn Hearts (Charisma, 1971 - Virgin, 2005), ma questa è un'altra storia che approfondiremo più avanti.
 
Tracce bonus della versione rimasterizzata del 2005
1. "Squid 1" / "Squid 2" / "Octopus" – 15:24
Incisa durante le sessioni di registrazione di Pawn Hearts.
2. "The Emperor in His War Room" (first version) – 8:50
 
Line-up / Musicians
- Peter Hammill / lead vocals, acoustic guitar, piano (2)
- Hugh Banton / Hammond & Farfisa organs, piano, oscillator, bass (2,5), vocals
- David Jackson / alto, tenor & baritone saxes, flute, Fx, vocals
- Guy Evans / drums, timpani, percussion
With:
- Nic Potter / bass (1,3,4)
- Robert Fripp / electric guitar

martedì 2 luglio 2019

Canned Heat-Living the blues

La psichedelia prese ancora più piede nel loro seguente doppio album “Living the Blues”. Il secondo disco di questo set consisteva in un lunghissimo boogie dal vivo. Anche degno di nota fu Parthenogenesis, che consisteva in sperimentazioni musicali dei vari membri del gruppo. La maggior parte dei pezzi di Wilson, erano dei “raga” di armonica cromata o chromonica (chromatic harmonica raga) e raga d’arpa da bocca (jaw-harp raga): erano stati anche registrati dall’etichetta Takota di John Fahey qualche anno prima come parte di un album solo che non fu mai completato.
La canzone piú memorabile di “Living the Blues” è naturalmente quella che sarebbe diventato il piu’ grande successo del gruppo: Going Up the Country. Cantata da Wilson, e modellata secondo un disco che il songwriter texano Henry Thomas, registró verso la fine degli anni venti. Fu eseguito live dalla band durante il festival di Woodstock del 1969 e fu anche usato nella colonna sonora del film del festival. Oggi è spesso ricordata come l’inno, non ufficiale, di questo festival.

Tracce
Lato A
1.Pony Blues
2.My Mistake
3.Sandy's Blues
4.Goin' Up The Country
5.Walking By Myself
6.Boogie Music

Lato B
7.One Kind Favor
8.Parthenogenesis:
   I. Nebulosity
   II. Rollin' and Tumblin'
   III.Five Owls
   IV. Bear Wires
   V. Snooky Flowers
   VI. Sunflower Power (RMS Is Truth)
   VII. Raga Kafi
   VIII. Icebag
   IX. Childood's End


Lato C
1.Refried Boogie [Part I]
Lato D
2.Refried Boogie [Part II]

Boogie With Canned Heat

Nella storia del rock, i Canned Heat sono per lo piú conosciuti e ricordati per i loro successi come On the Road Again, Going Up the Country, Let’s Work Together (divenuti degli hits nelle Billboard charts) e Time Was.  Erano formati da due insaziabili collezionisti di LP, Alan Wilson e Bob Hite e la maggior parte del loro repertorio era influenzato dalla scena di quel blues rurale che esisteva prima della seconda Guerra mondiale. L’alto timbro vocale che Alan Wilson usó nei loro primi due successi On the Road Again e Going Up the Country, fu modellato su quello del bluesman del Mississippi, Skip James.
Alan Wilson nacque ad Arlington nel Massachussetts il 4 Luglio del 1943 da una famiglia di operai. I suoi interessi per la musica furono incoraggiati dalla sua famiglia e il suo inusuale talento fu subito chiaro. Lo si ricorda per aver un’intonazione perfetta ed un’abilitá sorprendente a imparare dei nuovi strumenti musicali in pochi giorni. Da adolescente, Wilson suonó il trombone in diversi gruppi della scuola superiore. Fuori da scuola formó un combo jazz chiamato The Crescent City Hot Five. Dopo la maturità frequentó l’Universitá di Boston per piú di un’anno e lì prese in considerazione di laurearsi in musica. Ma erano piu’ interessanti i locali folk di Cambridge, dove occasionalmente si esibivano anche gli artisti blues. Nel blues, il suo primo partner fu David Evans, adesso un professore di etnomusicologia a Memphis. I due iniziarono a suonare in una varietá di locali nell’aerea di Cambridge, con Evans al canto e Wilson alla chitarra e armonica. Il loro repertorio consisteva in vecchie canzoni blues di Tommy Johnson, Booker White e Robert Johnson (Blind Owl Wilson - Sloppy Drunk). Come nei Canned Heat, Wilson cantava solo occasionalmente ma stava gia’ sviluppando il suo stile vocale.
Nel 1964, Wilson incontró Booker “Bukka” White, che era appena stato riscoperto e faceva dei concerti nei locali folk di Cambridge. Parlando con White, Wilson venne a sapere che Son House, uno dei bluesman più seminali, era ancora vivo. I suoi amici della sua zona, Dick Waterman e Phil Spiro andarono con Nick Perls, un collezionista di dischi di New York a cercare House. Lo trovarono a New York nel Giugno del 1964. Probabilmente Alan Wilson aiutó Son House a imparare di nuovo delle parti di chitarra di vecchio blues dimenticate in anni ed anni in cui aveva trascurato la musica a causa dei suoi abusi d’alcool. Tra l’altro Wilson si può anche sentire sull’album “Father of the Delta Blues” di House. Nel Massachussets in quegli anni Wilson incontró anche altri bluesmen come Mississipi John Hurt, Robert Pete Williams e Skip James. Nel 1965, John Fahey fece un concerto a Cambrige e strinse amicizia con Alan Wilson. Fahey che aveva già registrato dei dischi in quegli anni, fu anche coinvolto nella riscoperta di Booker White e Skip James. In quel periodo, Fahey stava lavorando alla sua tesi per il master in Musicologia all’ UCLA, ma aveva dei problemi con la scrittura musicale. Wilson si propose d’aiutarlo in cambio di un passaggio a Los Angeles, ed una camera con pensione al loro arrivo.
In California, gli orizzonti personali e musicali di Wilson si espansero considerevolmente. Oltre a prendere dell’ LSD per la prima volta nella sua vita ed imparare a suonare il banjo a cinque corde, incontro’ Bob Hite, un uomo che avrebbe cambiato il corso della sua carriera. Bob Hite era suo coetaneo: nacque a Torrence, in California, il 26 Febbraio 1943. Con il suo migliore amico Claude McKee inizió a collezionare dischi. I due avrebbero finito per pubblicare una rivista di corta durata dedicata ai dischi R&B. Bob gestiva anche un negozio di dischi dove, un giorno, John Fahey porto’ il suo nuovo amico Alan Wilson. Hite e Wilson diventarono rapidamente amici. Tutti e due erano ossessionati dai dischi del primo blues rurale e Bob, che viveva ancora con la sua famiglia, gli trovó un posto dove poteva sentirsi il benvenuto e avere qualche pasto. Prese qualche lezione da Alan e in cambio gli permise di usare il suo materiale. Con John Fahey, Bob Hite e Alan Wilson formarono una jug band. Ma, quando Wilson espresse il suo interesse per la chitarra elettrica, Fahey, contrariato, lasciò perdere tutto. Alan Wilson trovó il suo chitarrista elettrico ideale in Henry Vestine di Takoma Park, Maryland. Vestine era un vecchio amico di Fahey ed anche lui era stato coinvolto nella riscoperta di Skip James. Stilisticamente, era stato influenzato da Albert King, BB King , Freddie King ed Albert Collins. Con il bassista Mark Andes e il batterista Frank Cook, il gruppo inizió a fare dei concerti come Canned Heat Blues Band. Incontrarono qualche difficolta fino all’incontro con i managers Skip Taylor e John Hartman, che gli assicurarono un contratto discografico con la Liberty Records. A questo punto, Mark Andes lasció il gruppo per raggiungere gli Spirit e fu sostituito da Larry Taylor, un eccelso bassista che aveva suonato professionalmente fin da adolescente. Il primo concerto importante fu il festival pop di Monterey nel 1967. Sul palco, Bob Hite era il frontman consistente della band, interagendo con il pubblico e facendo salire la temperatura della musica. Anche se, d’altra parte, il fulcro musicale rimaneva Wilson. La sua chitarra ritmica, che affondava le radici nel blues modale di Tommy Johnson, Charley Patton e John Lee Hooker era il perfetto supporto alla sfrontata e spigolosa chitarra solista di Henry Vestine. Wilson aveva anche creato gli arrangiamenti per il gruppo e si stava facendo conoscere anche per la sua armonica. Benchè cantasse solo occasionalmente, una volta sentito, il suo stile di tenore alto era indimenticabile ed infondeva una notevole inconfondibile qualitá al suono dei Canned Heat.

Il secondo album della band “Boogie With Canned Heat” si avventuró in territori piú originali quando i Canned Heat iniziarono a sviluppare il loro suono ed interpretazioni personali del blues tradizionale. Il loro suono fu rafforzato dal nuovo batterista, Adolfo Fito de la Parra, che aveva una vera passione per il blues. In “Boogie With Canned Heat” si fanno notare già dei connotati musicali psichedelici e una nuova e forte presenza della della chitarra principale. Questo disco include anche due canzoni cantate da Alan Wilson tra cui On the Road Again, che fu il primo successo del gruppo. Originalmente sul lato B di un 45 giri, On the Road Again inizio’ ad essere trasmessa dalle stazioni radio del Texas e fu ristampata dalla Liberty Records nel ato A di un’altro singolo. Per i Canned Heat, fu il trampolino per una celebrita’ tutta nuova. On the Road Again esemplifica il profondo interesse di Wilson per la musica classica indiana. In questo singolo, Wilson suona la tambura e sperimenta anche la veena. La natura modale della musica indiana era, alle sue orecchie, completamente compatibile con la tradizione pentatonica blues di Fred McDowell, John Lee Hooker e simili. Durante questo periodo, nel corso della campagna marketing per la loro immagine pubblica, il gruppo sceglie dei soprannomi. Wilson era gia’ stato soprannominato “Blind Owl” (la civetta cieca) da John Fahey, data la sua faccia rotonda e l’apparenza da scolaro combinata ad i suoi problemi di vista (anche se non era completamente cieco e vedeva abbastanza bene da essere capace di prendere una patente), Hite fu chiamato “The Bear” (l’orso) dato la sua enorme stazza, Henry Vestine diventó “The Sunflower” (Il girasole) perche’ quando era su scena la sua esile figura e i suoi lunghi capelli biondi suggerivano un girasole. Il bassista Larry Taylor divenne “The Mole” (la talpa) e il batterista Adolfo de la Parra divenne “Fito”.

Tracce
Lato A
1. Evil Woman
2. My Crime
3. On the Road Again
4. World in a Jug
5. Turpentine Moan
6. Whiskey Headed Woman No. 2
Lato B
1. Amphtamine Annie
2. An Owl Song
3. Marie Laveau
4. Fried Hockey Boogie

Formazione
Bob The Bear Hite - voce solista
Alan Blind Owl Wilson - chitarra rattle neck, voce, harp
Henry Sunflower Vestine - chitarra solista
Larry The Mole Taylor - basso
Adolfo Fito De La Parra - batteria

Musicisti aggiunti

Dr. John Creaux - arrangiamento dei fiati, pianoforte
Sunny Land Slim - pianoforte (brano: Turpentine Moan)



mercoledì 6 marzo 2019

Fairport Convention - Liege and Liefe

I Fairport Convention sono un gruppo folk rock inglese fondati da Simon Nicol, Richard Thompson, Ashley Hutchings e Shaun Frater. Iniziando come gruppo di cover di rock della West Coast, sviluppano presto un loro stile che mescola il rock con la musica tradizionale folk inglese, contendendosi il titolo di più grande folk rock band inglese con i Pentangle. Dopo numerosi cambi di formazione si sciolgono nel 1979 per riformarsi per un concerto nel 1985, da allora continuano a suonare e pubblicare dischi. In parte il continuo successo che ancora oggi hanno i Fairport Convention è dovuto all'annuale festival di Cropredy, nell'Oxfordshire, ora rinominato Fairport's Cropredy Convention e che riunisce ogni anno almeno 20.000 fan sin dal 1974. 
Alla fine degli anni Sessanta i Fairport Convention decisero di realizzare in Inghilterra un’operazione che era già stata compiuta con successo oltreoceano: la riscoperta delle origini attraverso la riedizione in chiave rock di alcuni traditionals, brani appartenenti al repertorio folkloristico. Iniziarono così a studiare l’immenso patrimonio anglosassone di ballads, raccolto negli anni da studiosi come Francis Child e Cecil Sharp. L’operazione, che ebbe anche una significativa eco commerciale, è tanto più interessante per la scelta del gruppo di utilizzare sia gli strumenti elettrici che quelli acustici. Se si pensa a band coeve come i Pentagle, prevalentemente acustici, si individua la novità del suono dei Fairport, costruito sopra un continuo intrecciarsi di fitti dialoghi tra chitarra elettrica e violino amplificato.
Il 1969 è l’anno della svolta. Liege and Lief, però, “nasce sotto le circostanze più infauste che si potessero immaginare”, come ricorda Joe Boyd, produttore del gruppo. A maggio muore in un incidente stradale il batterista Martin Lamble, gettando nello sconforto gli altri componenti, usciti illesi dallo schianto. Lentamente, però, il gruppo riprende i progetti interrotti, fino a pubblicare questo straordinario disco, uno dei punti più alti, se non il più alto, del revival folk elettrico degli anni Sessanta. A confezionare il piccolo gioiello sono Sandy Denny (voce), Ashley Hutchings (basso), Dave Mattacks (batteria), Dave Swarbrick (violino e viola) ed i due chitarristi Simon Nicol e Richard Thompson.
È un album dai colori pastello, nella grafica e nel suono, rifinito e quadrato come un buon prodotto artigianale. Le tracce sono otto, anche se nella recente riedizione della Island ne sono state aggiunte due, per la verità del tutto trascurabili. Si alternano composizioni originali, scritte dalla band (Come all Ye e Farewell, farewell), a traditionals arrangiati in chiave moderna; su tutti spicca Matty Groves, il capolavoro dell’album. É un'antica ballad, la cui origine si perde nella notte dei tempi, che narra del tradimento consumato dalla moglie di un nobile con il suo amante, di nome Matty Groves, conosciuto durante una cerimonia religiosa. La vicenda si conclude tragicamente, con la tremenda vendetta ordita dal marito di lei, che scopre gli amanti e li uccide. La musica si caratterizza per un ritmo ipnotico su cui svetta la voce imperiosa di Sandy Danny. Gli altri brani sono tutti di altissimo livello. Alcuni sembrano essere costruiti intorno alla voce della cantante, come Reynardine o la dolcissima Farewell, farewell. Altri sono invece il banco di prova della perizia tecnica della band; si ascolti in proposito il Medley, con un ritmo concitato e suadente retto da un violino indiavolato. C’è poi Tam Lin, una canzone che ricorda da vicino i coevi Jefferson Airplane, specialmente quelli più lisergici di After bathing at Baxter’s, con Sandy Danny che sembra fare il verso a Grace Slick.
Gli ascoltatori della radio della BBC l’hanno eletto miglior disco folk di tutti i tempi.   Al di là delle classifiche, che lasciano il tempo che trovano, è certamente un album intenso, di ricerca e grande perizia esecutiva, paragonabile forse soltanto a John Barleycorn must die dei Traffic, che seguirà di un anno.




Tracce:
 
Lato A
 1.    Come All Ye – 4:55 (Sandy Denny,  Ashley Hutchings) 
 2.    Reynardine – 4:33 (Tradizionale; arrangiamento  Fairport Convention) 
 3.    Matty Groves – 8:08 (Tradizionale; arrangiamento  Fairport Convention) 
 4.    Farewell, Farewell – 2:38 (Richard Thompson) 

Lato B

 1.    The Deserter – 4:10 (Tradizionale; arrangiamento  Fairport Convention) 
 2.    Medley – 4:00 (Tradizionale; arrangiamento  Fairport Convention) 
                             a) The Lark in the Morning
                             b) Rakish Paddy
                             c) Foxhunter's Jig
                             d) Toss the Feathers
3. Tam Lin – 7:20 (Tradizionale; arrangiamento  Dave Swarbrick) 
4. Crazy Man Michael – 4:35 (Richard Thompson, Dave Swarbrick) 

Formazione:

Sandy Denny - voce
Richard Thompson - chitarra
Simon Nicol - chitarre
Dave Swarbrick - violino, viola
Ashley Hutchings - basso
Dave Mattacks - batteria




giovedì 8 novembre 2018

Bob Dylan The Freewheelin'






Bob Dylan, al secolo Robert Zimmermann, nasce il 24 maggio del 1941 a Duluth, Minnesota (USA). Viene considerato il più grande esponente della canzone folk statunitense e rappresenta anche una figura decisiva di diffusione di messaggi pacifisti e in sostegno della causa dei diritti umani, difatti canzoni come Blowin' in the Wind e The Times They Are A-Changin' sono diventate gli inni dei movimenti pacifisti e per i diritti civili.
Nel 1960 il suo mito Woody Guthrie si ammala e Bob decide che questa può essere l'occasione per conoscerlo. Si reca al New Jersey Hospital dove trova un Guthrie malato, povero e abbandonato, ha così inizio un'intensa e vera amicizia. Sulla spinta del maestro, inizia a girare i locali del Greenwich Village.
Il 19 marzo 1962 esce l'album d'esordio "Bob Dylan", è una raccolta di brani tradizionali per voce, chitarra e armonica, solo due le canzoni di Dylan: Talkin' New York e l'omaggio al maestro Guthrie Song To Woody.
L'anno successivo (1963) pubblica quello che è considerato il suo capolavoro (il primo con composizioni interamente sue), The Freewheelin' Bob Dylan L'album contiene brani divenuti veri e propri inni generazionali, come Blowin' in the wind, Masters of war e A hard rain's a-gonna fall.
Molti grandi artisti hanno suonato con lui, per citarne alcuni: The Band, Joan Baez, Johnny Cash, The Byrds, Tom Petty, The Grateful Dead, Joni Mitchell, Neil Young, Bruce Springsteen, Stevie Ray Vaughan, Eric Clapton, Carlos Santana, Van Morrison, Mark Knopfler, The Rolling Stones.
Bringing It All Back Home (marzo 1965 ) segnò un profondo cambiamento stilistico: è il primo album in cui Dylan viene accompagnato da strumenti elettrici.
Nell'estate del 1965 Dylan fece il suo primo concerto elettrico al Newport Folk Festival, con un gruppo formato per l'occasione e prelevato in parte dalla Paul Butterfield Blues Band. Dylan aveva già partecipato con successo altre due volte, nel 1963 e nel 1964, ma nel 1965 venne fischiato e lasciò il palco dopo sole tre canzoni, ma da li a poco Peter Yarrow lo convinse a tornare e suonò due canzoni acustiche, It's All Over Now Baby Blue e Mr. Tambourine Man, che furono accolte favorevolmente.
Seguirà un tour inglese (1966) molto discusso, in quanto elettrico. Al Free Trade Hall di Manchester un fan urlerà addirittura “Giuda!” come si sente anche in No Direction Home, film documentario del 2005 diretto da Martin Scorsese e The Bootleg Series Vol. 4: Bob Dylan Live 1966, The "Royal Albert Hall" ( in realtà il concerto venne tenuto al Free Trade Hall di Manchester).
Dopo più di trent'anni, diventato ormai un mito, nel 1992 la Columbia, decide di organizzare un concerto in suo onore al Madison Square Garden di New York City, l'evento è trasmesso in mondovisione e diventa sia un video che un doppio CD intitolato Bob Dylan - The 30th Anniversary Concert Celebration (1993). Sul palco, tutti nomi leggendari del rock: , Stevie Wonder, Eric Clapton, George Harrison, Lou Reed e tanti altri.
I suoi album hanno ricevuto Grammy Award, Golden Globe e Academy Awards, ed è stato incluso nella Nashville Songwriters Hall of Fame, nella Songwriters Hall of Fame e nella Rock & Roll Hall of Fame, si parlò addirittura di una sua candidatura al Premio Nobel per la letteratura.
The Freewheelin' Bob Dylan è il secondo album di Bob Dylan pubblicato nel maggio del 1963 (il primo con canzoni interamente sue).
Prima dell'uscita del disco, Dylan era considerato uno dei tanti cantanti folk, dopo venne visto come un artista completo, forse persino una specie di profeta portavoce della gioventù disillusa.
Il disco si apre con Blowin' in the Wind", che divenne un brano manifesto degli anni sessanta e destinato a restare nella storia della musica rock e a lanciare su scala planetaria il giovane Dylan.
La seconda traccia è la bella "Girl from the North Country", dolce e delicata. La musica è leggera e armonica e il finale di armonica è semplicemente fantastico.
Altri brani degni di essere ricordati sono "Masters of War", brano che si scaglia contro i "signori della guerra" e "Talkin' World War III Blues", acido talkin' blues su una possibile nonché temuta terza guerra mondiale.
"Down the Highway", semplice e diretto blues vecchia maniera, con accordi essenziali e un canto quasi parlato. La canzone è molto appassionata e la voce di Bob Dylan è la vera ed unica protagonista.
"Bob Dylan’s Blues" più elaborata della precedente, sia nel testo che nella musica, vede primeggiare l’armonica.
Segue un altro dei punti più emozionanti dell’album, l’apocalittica "A Hard Rain’s A-Gonna Fall", canzone dal forte testo che prende spunto dalla possibilità di una “forte pioggia”.
"Don’t Think Twice, It’s All Right" forse la melodia più emozionante dell’album. È una pura e semplice ballata romantica che parla d’amore.
"Bob Dylan’s Dream" è un sogno , quello del proprio passato e della propria vita spensierata da ragazzo, la partenza dalla propria terra per costruirsi un futuro.
Particolarissimo è invece lo stile e il canto di "Oxford Town".
"Talking World War III Blues" è un altro blues, sempre in stile parlato, nel quale Dylan immagina cause e conseguenze di una possibile terza guerra mondiale.
"Corinna, Corinna" è una delicata canzone d’amore dedicata ad una ragazza lontana.
“Honey, Just Allow Me One More Chance” è uno scatenato blues scritto con Henry Thomas.
L’album si chiude con la splendida e divertita dichiarazione di vita anarchica di "I Shall Be Free".

Tracce:

1.Blowin' In The Wind
2.Girl From The North Country
3.Masters Of War
4.Down The Highway
5.Bob Dylan's Blues
6.A Hard Rain's A-Gonna Fall
7.Don't Think Twice, It's All Right
8.Bob Dylan's Dream
9.Oxford Town
10.Talkin' World War III Blues
11.Corrina, Corrina
12.Honey, Just Allow Me One More Chance
13.I Shall Be Free

martedì 7 agosto 2018

John Mayall - Blues from laurel canyon 

Il 14 luglio del 1968 i Bluesbrakers si sciolsero in seguito alla decisione di John Mayall di intraprendere una carriera solista con un piccolo gruppo. Questo lo portò a scegliere le persone giuste per la nuova formazione. Dubito ci fosse una scelta migliore della chitarra di Mick Taylor che in quest’album splende come non mai. Ha lavorato con Mayall più a lungo di qualunque altro chitarrista. Mayall era molto fiducioso anche della nuova sezione ritmica composta da Stephen Thompson e Colin Allen. Quest’album ripercorre le 3 settimane trascorse a Los Angeles dopo lo scioglimento dei Bluesbrakers. "Sono veramente soddisfatto di come i miei musicisti hanno trasformato in musica tutte le esperienze e le emozioni che ho trascorso durante questa breve visita alla mia nuova casa." [John Mayall, 3 Settembre 1968] Bastano le sole parole di John Mayall per descrivere la sua stessa pietra miliare del blues. Un viaggio attraverso le sfumature musicali di colui che ha fatto del blues una vera e propria ragione di vita, colui che ha attraversato intere decadi rimanendo sempre fedele alla sua religione senza mai fossilizzarsi, ma cercando di rinvigorirla e trasformarla in modo da poter essere tramandata a tutte le generazioni future. L’immensa produzione musicale di John Mayall scorre sotto il segno del blues, ma abbraccia anche il rock e il jazz oltre ai numerosi talenti venuti allo scoperto grazie a lui: Jack Bruce, Mick Taylor, Peter Green, John McVie, Eric Clapton, Mick Fleetwood, Aynsley Dunbar, Jon Hiseman, Dick Heckstall-Smith, Buddy Whittington e così via. Ciò che il nome di Miles Davis significa per il jazz, quello di John Mayall si identifica come uno dei più grandi innovatori e cultori del blues di tutti i tempi, in particolare per la scena inglese. Proprio come Miles, John è andato oltre le forme tradizionali del blues lanciandosi nella ricerca di nuove sfumature e, al tempo stesso, facendo leva su svariati talentuosi musicisti. L’impronta indelebile lasciata nella storia del blues riguarderà non soltanto i suoi album, ma anche le produzioni a suo nome e il suo contributo di inestimabile valore nei confronti del revival del blues americano in Europa, attraverso l’organizzazione di svariate sedute di registrazione che ebbero come protagonisti i quasi sconosciuti bluesman americani. Il viaggio di John Mayall riportato in Blues from Laurel Canyon inizia con il rombo del motore di un aeroplano che lo trasporta nell’area di Los Angeles, un vero e proprio fiume in piena soprattutto nella seconda metà degli anni ’60. È qui che si ritrovano tutti i grandi, coloro che daranno vita a nuove filosofie musicali che di lì a poco cambieranno il volto delle nuove generazioni americane e non solo. L’avventura americana per Mayall inizia con “Vacation”, un’elettrizzante introduzione scandita da un’impeccabile successione di accordi e dall’immortale solo firmato dal giovanissimo Mick Taylor: un tornado, un fulmine a ciel sereno, un’introduzione da premio Oscar che non lascerebbe per nulla presagire ad un disco blues. Subito dopo, l’atterraggio: in “Walking on sunset” e “Laurel Canyon Home”, John descrive tutta la magia trasmessa da questi nuovi luoghi (“all the pretty women”, “everything is like a friend”) e sembra quasi non esserci fine alla bellezza del posto. Dopodiché, Mayall passa in rassegna gli incontri avvenuti con i musicisti del luogo: in “2401”, esprime tutta la sua ammirazione per “l’eroe” Frank Zappa, colui che cerca di “cambiare il sistema” attraverso la sua musica (“there’s a hero living at 2401, got his Mothers working while you’re having fun”), mentre in “The bear” descrive il suo soggiorno insieme al cantante Bob Hite (che verrà ribattezzato proprio con questo soprannome) e ai Canned Heat nella “casa del blues”, nella quale si ascoltava e si faceva musica giorno e notte. Tutte le avventure di Mayall vengono narrate sopra uno splendido sottofondo musicale che spazia attraverso il blues, atmosfere esotiche scandite dall’uso dei tamburi (“Medicine Man”), fino a raggiungere il jazz-swing con “Miss James”, dove Mayall mette in mostra tutta la sua versatilità passando dall’organo all’armonica e alla chitarra. Trovano spazio anche le atmosfere “solitarie” come in “First time alone” che viene scandita dal timbro vocale di John, riconoscibile fra mille. La chitarra che a tratti colora il brano è quella di Peter Green, colui che si unì nuovamente ai Bluesbrakers quando Eric Clapton lasciò la band di John Mayall nel 1966. Un’incredibile e altrettanto atipica traccia di chiusura, “Fly tomorrow”, chiude in bellezza il capolavoro di John Mayall: il quartetto “cuce” con eccellente maestria due brani insieme attraverso un crescendo che passa da un’atmosfera piatta e rilassata ad un turbinio di profonde linee di basso e ritmo incalzante di batteria sopra i quali Mick Taylor punzecchia con la sua Les Paul, mentre Mayall lancia delle vere e proprie sassate sonore attraverso il suo Hammond. E come se non bastasse, gli effetti psichedelici dell’organo condurranno poi alla chiusura dell’album con un tappeto di percussioni e un fantastico effetto di chitarra alla “spaghetti western” che portano a termine il viaggio di John Mayall. Blues from Laurel Canyon venne registrato tra il 26 ed il 28 agosto del 1968 negli studi della casa discografica Decca, a Londra. Poco meno di un anno più tardi, lo stesso John Mayall darà la propria benedizione al giovane Mick Taylor per il suo ingaggio nei Rolling Stones, mentre Stephen Thompson e Colin Allen si uniranno agli Stone the Crows. Da parte sua, John inizierà un nuovo capitolo della sua lunghissima carriera, continuando a sperimentare diverse formazioni. Sono molti i concept album nella storia della musica, ma non nel blues: forse non è il genere adatto per descrivere una vera e propria storia. D’altronde, ogni singolo blues rappresenta una piccola storia a se stante, che sia il mal di vivere, la sofferenza per un amore perduto, il patto con il diavolo, l’ossessione per la bottiglia, la follia di ogni giorno… tutto questo era vero fino a quando John Mayall non creò Blues from Laurel Canyon, attraverso il quale raccontò un viaggio vero, il suo, e lo fece unendo fra di loro (senza pause) tutti quegli episodi che lo segnarono profondamente. Ogni singola avventura diversa dall’altra, diverso colore, diversa tonalità, diversa struttura, diversa storia e diversi protagonisti.

BLUES FROM LAUREL CANYON
(Decca Records, novembre 1968)
Tracklist
1. Vacation
2. Walking On Sunset
3. Laurel Canyon Home
4. 2401
5. Ready To Ride
6. Medicine Man
7. Somebody's Acting Like A Child
8. The Bear
9. Miss James
10. First Time Alone
11. Long Gone Midnight
12. Fly Tomorrow

All tracks written by John Mayall.
Line-up: John Mayall - guitar, harmonica, keyboards, vocals
Mick Taylor - guitar, hawaiian guitar
Colin Allen - drums, tabla
Stephen Thompson - bass
Peter Green- guitar on "First time alone"