martedì 2 luglio 2019

Canned Heat-Living the blues

La psichedelia prese ancora più piede nel loro seguente doppio album “Living the Blues”. Il secondo disco di questo set consisteva in un lunghissimo boogie dal vivo. Anche degno di nota fu Parthenogenesis, che consisteva in sperimentazioni musicali dei vari membri del gruppo. La maggior parte dei pezzi di Wilson, erano dei “raga” di armonica cromata o chromonica (chromatic harmonica raga) e raga d’arpa da bocca (jaw-harp raga): erano stati anche registrati dall’etichetta Takota di John Fahey qualche anno prima come parte di un album solo che non fu mai completato.
La canzone piú memorabile di “Living the Blues” è naturalmente quella che sarebbe diventato il piu’ grande successo del gruppo: Going Up the Country. Cantata da Wilson, e modellata secondo un disco che il songwriter texano Henry Thomas, registró verso la fine degli anni venti. Fu eseguito live dalla band durante il festival di Woodstock del 1969 e fu anche usato nella colonna sonora del film del festival. Oggi è spesso ricordata come l’inno, non ufficiale, di questo festival.

Tracce
Lato A
1.Pony Blues
2.My Mistake
3.Sandy's Blues
4.Goin' Up The Country
5.Walking By Myself
6.Boogie Music

Lato B
7.One Kind Favor
8.Parthenogenesis:
   I. Nebulosity
   II. Rollin' and Tumblin'
   III.Five Owls
   IV. Bear Wires
   V. Snooky Flowers
   VI. Sunflower Power (RMS Is Truth)
   VII. Raga Kafi
   VIII. Icebag
   IX. Childood's End


Lato C
1.Refried Boogie [Part I]
Lato D
2.Refried Boogie [Part II]

Boogie With Canned Heat

Nella storia del rock, i Canned Heat sono per lo piú conosciuti e ricordati per i loro successi come On the Road Again, Going Up the Country, Let’s Work Together (divenuti degli hits nelle Billboard charts) e Time Was.  Erano formati da due insaziabili collezionisti di LP, Alan Wilson e Bob Hite e la maggior parte del loro repertorio era influenzato dalla scena di quel blues rurale che esisteva prima della seconda Guerra mondiale. L’alto timbro vocale che Alan Wilson usó nei loro primi due successi On the Road Again e Going Up the Country, fu modellato su quello del bluesman del Mississippi, Skip James.
Alan Wilson nacque ad Arlington nel Massachussetts il 4 Luglio del 1943 da una famiglia di operai. I suoi interessi per la musica furono incoraggiati dalla sua famiglia e il suo inusuale talento fu subito chiaro. Lo si ricorda per aver un’intonazione perfetta ed un’abilitá sorprendente a imparare dei nuovi strumenti musicali in pochi giorni. Da adolescente, Wilson suonó il trombone in diversi gruppi della scuola superiore. Fuori da scuola formó un combo jazz chiamato The Crescent City Hot Five. Dopo la maturità frequentó l’Universitá di Boston per piú di un’anno e lì prese in considerazione di laurearsi in musica. Ma erano piu’ interessanti i locali folk di Cambridge, dove occasionalmente si esibivano anche gli artisti blues. Nel blues, il suo primo partner fu David Evans, adesso un professore di etnomusicologia a Memphis. I due iniziarono a suonare in una varietá di locali nell’aerea di Cambridge, con Evans al canto e Wilson alla chitarra e armonica. Il loro repertorio consisteva in vecchie canzoni blues di Tommy Johnson, Booker White e Robert Johnson (Blind Owl Wilson - Sloppy Drunk). Come nei Canned Heat, Wilson cantava solo occasionalmente ma stava gia’ sviluppando il suo stile vocale.
Nel 1964, Wilson incontró Booker “Bukka” White, che era appena stato riscoperto e faceva dei concerti nei locali folk di Cambridge. Parlando con White, Wilson venne a sapere che Son House, uno dei bluesman più seminali, era ancora vivo. I suoi amici della sua zona, Dick Waterman e Phil Spiro andarono con Nick Perls, un collezionista di dischi di New York a cercare House. Lo trovarono a New York nel Giugno del 1964. Probabilmente Alan Wilson aiutó Son House a imparare di nuovo delle parti di chitarra di vecchio blues dimenticate in anni ed anni in cui aveva trascurato la musica a causa dei suoi abusi d’alcool. Tra l’altro Wilson si può anche sentire sull’album “Father of the Delta Blues” di House. Nel Massachussets in quegli anni Wilson incontró anche altri bluesmen come Mississipi John Hurt, Robert Pete Williams e Skip James. Nel 1965, John Fahey fece un concerto a Cambrige e strinse amicizia con Alan Wilson. Fahey che aveva già registrato dei dischi in quegli anni, fu anche coinvolto nella riscoperta di Booker White e Skip James. In quel periodo, Fahey stava lavorando alla sua tesi per il master in Musicologia all’ UCLA, ma aveva dei problemi con la scrittura musicale. Wilson si propose d’aiutarlo in cambio di un passaggio a Los Angeles, ed una camera con pensione al loro arrivo.
In California, gli orizzonti personali e musicali di Wilson si espansero considerevolmente. Oltre a prendere dell’ LSD per la prima volta nella sua vita ed imparare a suonare il banjo a cinque corde, incontro’ Bob Hite, un uomo che avrebbe cambiato il corso della sua carriera. Bob Hite era suo coetaneo: nacque a Torrence, in California, il 26 Febbraio 1943. Con il suo migliore amico Claude McKee inizió a collezionare dischi. I due avrebbero finito per pubblicare una rivista di corta durata dedicata ai dischi R&B. Bob gestiva anche un negozio di dischi dove, un giorno, John Fahey porto’ il suo nuovo amico Alan Wilson. Hite e Wilson diventarono rapidamente amici. Tutti e due erano ossessionati dai dischi del primo blues rurale e Bob, che viveva ancora con la sua famiglia, gli trovó un posto dove poteva sentirsi il benvenuto e avere qualche pasto. Prese qualche lezione da Alan e in cambio gli permise di usare il suo materiale. Con John Fahey, Bob Hite e Alan Wilson formarono una jug band. Ma, quando Wilson espresse il suo interesse per la chitarra elettrica, Fahey, contrariato, lasciò perdere tutto. Alan Wilson trovó il suo chitarrista elettrico ideale in Henry Vestine di Takoma Park, Maryland. Vestine era un vecchio amico di Fahey ed anche lui era stato coinvolto nella riscoperta di Skip James. Stilisticamente, era stato influenzato da Albert King, BB King , Freddie King ed Albert Collins. Con il bassista Mark Andes e il batterista Frank Cook, il gruppo inizió a fare dei concerti come Canned Heat Blues Band. Incontrarono qualche difficolta fino all’incontro con i managers Skip Taylor e John Hartman, che gli assicurarono un contratto discografico con la Liberty Records. A questo punto, Mark Andes lasció il gruppo per raggiungere gli Spirit e fu sostituito da Larry Taylor, un eccelso bassista che aveva suonato professionalmente fin da adolescente. Il primo concerto importante fu il festival pop di Monterey nel 1967. Sul palco, Bob Hite era il frontman consistente della band, interagendo con il pubblico e facendo salire la temperatura della musica. Anche se, d’altra parte, il fulcro musicale rimaneva Wilson. La sua chitarra ritmica, che affondava le radici nel blues modale di Tommy Johnson, Charley Patton e John Lee Hooker era il perfetto supporto alla sfrontata e spigolosa chitarra solista di Henry Vestine. Wilson aveva anche creato gli arrangiamenti per il gruppo e si stava facendo conoscere anche per la sua armonica. Benchè cantasse solo occasionalmente, una volta sentito, il suo stile di tenore alto era indimenticabile ed infondeva una notevole inconfondibile qualitá al suono dei Canned Heat.

Il secondo album della band “Boogie With Canned Heat” si avventuró in territori piú originali quando i Canned Heat iniziarono a sviluppare il loro suono ed interpretazioni personali del blues tradizionale. Il loro suono fu rafforzato dal nuovo batterista, Adolfo Fito de la Parra, che aveva una vera passione per il blues. In “Boogie With Canned Heat” si fanno notare già dei connotati musicali psichedelici e una nuova e forte presenza della della chitarra principale. Questo disco include anche due canzoni cantate da Alan Wilson tra cui On the Road Again, che fu il primo successo del gruppo. Originalmente sul lato B di un 45 giri, On the Road Again inizio’ ad essere trasmessa dalle stazioni radio del Texas e fu ristampata dalla Liberty Records nel ato A di un’altro singolo. Per i Canned Heat, fu il trampolino per una celebrita’ tutta nuova. On the Road Again esemplifica il profondo interesse di Wilson per la musica classica indiana. In questo singolo, Wilson suona la tambura e sperimenta anche la veena. La natura modale della musica indiana era, alle sue orecchie, completamente compatibile con la tradizione pentatonica blues di Fred McDowell, John Lee Hooker e simili. Durante questo periodo, nel corso della campagna marketing per la loro immagine pubblica, il gruppo sceglie dei soprannomi. Wilson era gia’ stato soprannominato “Blind Owl” (la civetta cieca) da John Fahey, data la sua faccia rotonda e l’apparenza da scolaro combinata ad i suoi problemi di vista (anche se non era completamente cieco e vedeva abbastanza bene da essere capace di prendere una patente), Hite fu chiamato “The Bear” (l’orso) dato la sua enorme stazza, Henry Vestine diventó “The Sunflower” (Il girasole) perche’ quando era su scena la sua esile figura e i suoi lunghi capelli biondi suggerivano un girasole. Il bassista Larry Taylor divenne “The Mole” (la talpa) e il batterista Adolfo de la Parra divenne “Fito”.

Tracce
Lato A
1. Evil Woman
2. My Crime
3. On the Road Again
4. World in a Jug
5. Turpentine Moan
6. Whiskey Headed Woman No. 2
Lato B
1. Amphtamine Annie
2. An Owl Song
3. Marie Laveau
4. Fried Hockey Boogie

Formazione
Bob The Bear Hite - voce solista
Alan Blind Owl Wilson - chitarra rattle neck, voce, harp
Henry Sunflower Vestine - chitarra solista
Larry The Mole Taylor - basso
Adolfo Fito De La Parra - batteria

Musicisti aggiunti

Dr. John Creaux - arrangiamento dei fiati, pianoforte
Sunny Land Slim - pianoforte (brano: Turpentine Moan)



mercoledì 6 marzo 2019

Fairport Convention - Liege and Liefe

I Fairport Convention sono un gruppo folk rock inglese fondati da Simon Nicol, Richard Thompson, Ashley Hutchings e Shaun Frater. Iniziando come gruppo di cover di rock della West Coast, sviluppano presto un loro stile che mescola il rock con la musica tradizionale folk inglese, contendendosi il titolo di più grande folk rock band inglese con i Pentangle. Dopo numerosi cambi di formazione si sciolgono nel 1979 per riformarsi per un concerto nel 1985, da allora continuano a suonare e pubblicare dischi. In parte il continuo successo che ancora oggi hanno i Fairport Convention è dovuto all'annuale festival di Cropredy, nell'Oxfordshire, ora rinominato Fairport's Cropredy Convention e che riunisce ogni anno almeno 20.000 fan sin dal 1974. 
Alla fine degli anni Sessanta i Fairport Convention decisero di realizzare in Inghilterra un’operazione che era già stata compiuta con successo oltreoceano: la riscoperta delle origini attraverso la riedizione in chiave rock di alcuni traditionals, brani appartenenti al repertorio folkloristico. Iniziarono così a studiare l’immenso patrimonio anglosassone di ballads, raccolto negli anni da studiosi come Francis Child e Cecil Sharp. L’operazione, che ebbe anche una significativa eco commerciale, è tanto più interessante per la scelta del gruppo di utilizzare sia gli strumenti elettrici che quelli acustici. Se si pensa a band coeve come i Pentagle, prevalentemente acustici, si individua la novità del suono dei Fairport, costruito sopra un continuo intrecciarsi di fitti dialoghi tra chitarra elettrica e violino amplificato.
Il 1969 è l’anno della svolta. Liege and Lief, però, “nasce sotto le circostanze più infauste che si potessero immaginare”, come ricorda Joe Boyd, produttore del gruppo. A maggio muore in un incidente stradale il batterista Martin Lamble, gettando nello sconforto gli altri componenti, usciti illesi dallo schianto. Lentamente, però, il gruppo riprende i progetti interrotti, fino a pubblicare questo straordinario disco, uno dei punti più alti, se non il più alto, del revival folk elettrico degli anni Sessanta. A confezionare il piccolo gioiello sono Sandy Denny (voce), Ashley Hutchings (basso), Dave Mattacks (batteria), Dave Swarbrick (violino e viola) ed i due chitarristi Simon Nicol e Richard Thompson.
È un album dai colori pastello, nella grafica e nel suono, rifinito e quadrato come un buon prodotto artigianale. Le tracce sono otto, anche se nella recente riedizione della Island ne sono state aggiunte due, per la verità del tutto trascurabili. Si alternano composizioni originali, scritte dalla band (Come all Ye e Farewell, farewell), a traditionals arrangiati in chiave moderna; su tutti spicca Matty Groves, il capolavoro dell’album. É un'antica ballad, la cui origine si perde nella notte dei tempi, che narra del tradimento consumato dalla moglie di un nobile con il suo amante, di nome Matty Groves, conosciuto durante una cerimonia religiosa. La vicenda si conclude tragicamente, con la tremenda vendetta ordita dal marito di lei, che scopre gli amanti e li uccide. La musica si caratterizza per un ritmo ipnotico su cui svetta la voce imperiosa di Sandy Danny. Gli altri brani sono tutti di altissimo livello. Alcuni sembrano essere costruiti intorno alla voce della cantante, come Reynardine o la dolcissima Farewell, farewell. Altri sono invece il banco di prova della perizia tecnica della band; si ascolti in proposito il Medley, con un ritmo concitato e suadente retto da un violino indiavolato. C’è poi Tam Lin, una canzone che ricorda da vicino i coevi Jefferson Airplane, specialmente quelli più lisergici di After bathing at Baxter’s, con Sandy Danny che sembra fare il verso a Grace Slick.
Gli ascoltatori della radio della BBC l’hanno eletto miglior disco folk di tutti i tempi.   Al di là delle classifiche, che lasciano il tempo che trovano, è certamente un album intenso, di ricerca e grande perizia esecutiva, paragonabile forse soltanto a John Barleycorn must die dei Traffic, che seguirà di un anno.




Tracce:
 
Lato A
 1.    Come All Ye – 4:55 (Sandy Denny,  Ashley Hutchings) 
 2.    Reynardine – 4:33 (Tradizionale; arrangiamento  Fairport Convention) 
 3.    Matty Groves – 8:08 (Tradizionale; arrangiamento  Fairport Convention) 
 4.    Farewell, Farewell – 2:38 (Richard Thompson) 

Lato B

 1.    The Deserter – 4:10 (Tradizionale; arrangiamento  Fairport Convention) 
 2.    Medley – 4:00 (Tradizionale; arrangiamento  Fairport Convention) 
                             a) The Lark in the Morning
                             b) Rakish Paddy
                             c) Foxhunter's Jig
                             d) Toss the Feathers
3. Tam Lin – 7:20 (Tradizionale; arrangiamento  Dave Swarbrick) 
4. Crazy Man Michael – 4:35 (Richard Thompson, Dave Swarbrick) 

Formazione:

Sandy Denny - voce
Richard Thompson - chitarra
Simon Nicol - chitarre
Dave Swarbrick - violino, viola
Ashley Hutchings - basso
Dave Mattacks - batteria




giovedì 8 novembre 2018

Bob Dylan The Freewheelin'






Bob Dylan, al secolo Robert Zimmermann, nasce il 24 maggio del 1941 a Duluth, Minnesota (USA). Viene considerato il più grande esponente della canzone folk statunitense e rappresenta anche una figura decisiva di diffusione di messaggi pacifisti e in sostegno della causa dei diritti umani, difatti canzoni come Blowin' in the Wind e The Times They Are A-Changin' sono diventate gli inni dei movimenti pacifisti e per i diritti civili.
Nel 1960 il suo mito Woody Guthrie si ammala e Bob decide che questa può essere l'occasione per conoscerlo. Si reca al New Jersey Hospital dove trova un Guthrie malato, povero e abbandonato, ha così inizio un'intensa e vera amicizia. Sulla spinta del maestro, inizia a girare i locali del Greenwich Village.
Il 19 marzo 1962 esce l'album d'esordio "Bob Dylan", è una raccolta di brani tradizionali per voce, chitarra e armonica, solo due le canzoni di Dylan: Talkin' New York e l'omaggio al maestro Guthrie Song To Woody.
L'anno successivo (1963) pubblica quello che è considerato il suo capolavoro (il primo con composizioni interamente sue), The Freewheelin' Bob Dylan L'album contiene brani divenuti veri e propri inni generazionali, come Blowin' in the wind, Masters of war e A hard rain's a-gonna fall.
Molti grandi artisti hanno suonato con lui, per citarne alcuni: The Band, Joan Baez, Johnny Cash, The Byrds, Tom Petty, The Grateful Dead, Joni Mitchell, Neil Young, Bruce Springsteen, Stevie Ray Vaughan, Eric Clapton, Carlos Santana, Van Morrison, Mark Knopfler, The Rolling Stones.
Bringing It All Back Home (marzo 1965 ) segnò un profondo cambiamento stilistico: è il primo album in cui Dylan viene accompagnato da strumenti elettrici.
Nell'estate del 1965 Dylan fece il suo primo concerto elettrico al Newport Folk Festival, con un gruppo formato per l'occasione e prelevato in parte dalla Paul Butterfield Blues Band. Dylan aveva già partecipato con successo altre due volte, nel 1963 e nel 1964, ma nel 1965 venne fischiato e lasciò il palco dopo sole tre canzoni, ma da li a poco Peter Yarrow lo convinse a tornare e suonò due canzoni acustiche, It's All Over Now Baby Blue e Mr. Tambourine Man, che furono accolte favorevolmente.
Seguirà un tour inglese (1966) molto discusso, in quanto elettrico. Al Free Trade Hall di Manchester un fan urlerà addirittura “Giuda!” come si sente anche in No Direction Home, film documentario del 2005 diretto da Martin Scorsese e The Bootleg Series Vol. 4: Bob Dylan Live 1966, The "Royal Albert Hall" ( in realtà il concerto venne tenuto al Free Trade Hall di Manchester).
Dopo più di trent'anni, diventato ormai un mito, nel 1992 la Columbia, decide di organizzare un concerto in suo onore al Madison Square Garden di New York City, l'evento è trasmesso in mondovisione e diventa sia un video che un doppio CD intitolato Bob Dylan - The 30th Anniversary Concert Celebration (1993). Sul palco, tutti nomi leggendari del rock: , Stevie Wonder, Eric Clapton, George Harrison, Lou Reed e tanti altri.
I suoi album hanno ricevuto Grammy Award, Golden Globe e Academy Awards, ed è stato incluso nella Nashville Songwriters Hall of Fame, nella Songwriters Hall of Fame e nella Rock & Roll Hall of Fame, si parlò addirittura di una sua candidatura al Premio Nobel per la letteratura.
The Freewheelin' Bob Dylan è il secondo album di Bob Dylan pubblicato nel maggio del 1963 (il primo con canzoni interamente sue).
Prima dell'uscita del disco, Dylan era considerato uno dei tanti cantanti folk, dopo venne visto come un artista completo, forse persino una specie di profeta portavoce della gioventù disillusa.
Il disco si apre con Blowin' in the Wind", che divenne un brano manifesto degli anni sessanta e destinato a restare nella storia della musica rock e a lanciare su scala planetaria il giovane Dylan.
La seconda traccia è la bella "Girl from the North Country", dolce e delicata. La musica è leggera e armonica e il finale di armonica è semplicemente fantastico.
Altri brani degni di essere ricordati sono "Masters of War", brano che si scaglia contro i "signori della guerra" e "Talkin' World War III Blues", acido talkin' blues su una possibile nonché temuta terza guerra mondiale.
"Down the Highway", semplice e diretto blues vecchia maniera, con accordi essenziali e un canto quasi parlato. La canzone è molto appassionata e la voce di Bob Dylan è la vera ed unica protagonista.
"Bob Dylan’s Blues" più elaborata della precedente, sia nel testo che nella musica, vede primeggiare l’armonica.
Segue un altro dei punti più emozionanti dell’album, l’apocalittica "A Hard Rain’s A-Gonna Fall", canzone dal forte testo che prende spunto dalla possibilità di una “forte pioggia”.
"Don’t Think Twice, It’s All Right" forse la melodia più emozionante dell’album. È una pura e semplice ballata romantica che parla d’amore.
"Bob Dylan’s Dream" è un sogno , quello del proprio passato e della propria vita spensierata da ragazzo, la partenza dalla propria terra per costruirsi un futuro.
Particolarissimo è invece lo stile e il canto di "Oxford Town".
"Talking World War III Blues" è un altro blues, sempre in stile parlato, nel quale Dylan immagina cause e conseguenze di una possibile terza guerra mondiale.
"Corinna, Corinna" è una delicata canzone d’amore dedicata ad una ragazza lontana.
“Honey, Just Allow Me One More Chance” è uno scatenato blues scritto con Henry Thomas.
L’album si chiude con la splendida e divertita dichiarazione di vita anarchica di "I Shall Be Free".

Tracce:

1.Blowin' In The Wind
2.Girl From The North Country
3.Masters Of War
4.Down The Highway
5.Bob Dylan's Blues
6.A Hard Rain's A-Gonna Fall
7.Don't Think Twice, It's All Right
8.Bob Dylan's Dream
9.Oxford Town
10.Talkin' World War III Blues
11.Corrina, Corrina
12.Honey, Just Allow Me One More Chance
13.I Shall Be Free

martedì 7 agosto 2018

John Mayall - Blues from laurel canyon 

Il 14 luglio del 1968 i Bluesbrakers si sciolsero in seguito alla decisione di John Mayall di intraprendere una carriera solista con un piccolo gruppo. Questo lo portò a scegliere le persone giuste per la nuova formazione. Dubito ci fosse una scelta migliore della chitarra di Mick Taylor che in quest’album splende come non mai. Ha lavorato con Mayall più a lungo di qualunque altro chitarrista. Mayall era molto fiducioso anche della nuova sezione ritmica composta da Stephen Thompson e Colin Allen. Quest’album ripercorre le 3 settimane trascorse a Los Angeles dopo lo scioglimento dei Bluesbrakers. "Sono veramente soddisfatto di come i miei musicisti hanno trasformato in musica tutte le esperienze e le emozioni che ho trascorso durante questa breve visita alla mia nuova casa." [John Mayall, 3 Settembre 1968] Bastano le sole parole di John Mayall per descrivere la sua stessa pietra miliare del blues. Un viaggio attraverso le sfumature musicali di colui che ha fatto del blues una vera e propria ragione di vita, colui che ha attraversato intere decadi rimanendo sempre fedele alla sua religione senza mai fossilizzarsi, ma cercando di rinvigorirla e trasformarla in modo da poter essere tramandata a tutte le generazioni future. L’immensa produzione musicale di John Mayall scorre sotto il segno del blues, ma abbraccia anche il rock e il jazz oltre ai numerosi talenti venuti allo scoperto grazie a lui: Jack Bruce, Mick Taylor, Peter Green, John McVie, Eric Clapton, Mick Fleetwood, Aynsley Dunbar, Jon Hiseman, Dick Heckstall-Smith, Buddy Whittington e così via. Ciò che il nome di Miles Davis significa per il jazz, quello di John Mayall si identifica come uno dei più grandi innovatori e cultori del blues di tutti i tempi, in particolare per la scena inglese. Proprio come Miles, John è andato oltre le forme tradizionali del blues lanciandosi nella ricerca di nuove sfumature e, al tempo stesso, facendo leva su svariati talentuosi musicisti. L’impronta indelebile lasciata nella storia del blues riguarderà non soltanto i suoi album, ma anche le produzioni a suo nome e il suo contributo di inestimabile valore nei confronti del revival del blues americano in Europa, attraverso l’organizzazione di svariate sedute di registrazione che ebbero come protagonisti i quasi sconosciuti bluesman americani. Il viaggio di John Mayall riportato in Blues from Laurel Canyon inizia con il rombo del motore di un aeroplano che lo trasporta nell’area di Los Angeles, un vero e proprio fiume in piena soprattutto nella seconda metà degli anni ’60. È qui che si ritrovano tutti i grandi, coloro che daranno vita a nuove filosofie musicali che di lì a poco cambieranno il volto delle nuove generazioni americane e non solo. L’avventura americana per Mayall inizia con “Vacation”, un’elettrizzante introduzione scandita da un’impeccabile successione di accordi e dall’immortale solo firmato dal giovanissimo Mick Taylor: un tornado, un fulmine a ciel sereno, un’introduzione da premio Oscar che non lascerebbe per nulla presagire ad un disco blues. Subito dopo, l’atterraggio: in “Walking on sunset” e “Laurel Canyon Home”, John descrive tutta la magia trasmessa da questi nuovi luoghi (“all the pretty women”, “everything is like a friend”) e sembra quasi non esserci fine alla bellezza del posto. Dopodiché, Mayall passa in rassegna gli incontri avvenuti con i musicisti del luogo: in “2401”, esprime tutta la sua ammirazione per “l’eroe” Frank Zappa, colui che cerca di “cambiare il sistema” attraverso la sua musica (“there’s a hero living at 2401, got his Mothers working while you’re having fun”), mentre in “The bear” descrive il suo soggiorno insieme al cantante Bob Hite (che verrà ribattezzato proprio con questo soprannome) e ai Canned Heat nella “casa del blues”, nella quale si ascoltava e si faceva musica giorno e notte. Tutte le avventure di Mayall vengono narrate sopra uno splendido sottofondo musicale che spazia attraverso il blues, atmosfere esotiche scandite dall’uso dei tamburi (“Medicine Man”), fino a raggiungere il jazz-swing con “Miss James”, dove Mayall mette in mostra tutta la sua versatilità passando dall’organo all’armonica e alla chitarra. Trovano spazio anche le atmosfere “solitarie” come in “First time alone” che viene scandita dal timbro vocale di John, riconoscibile fra mille. La chitarra che a tratti colora il brano è quella di Peter Green, colui che si unì nuovamente ai Bluesbrakers quando Eric Clapton lasciò la band di John Mayall nel 1966. Un’incredibile e altrettanto atipica traccia di chiusura, “Fly tomorrow”, chiude in bellezza il capolavoro di John Mayall: il quartetto “cuce” con eccellente maestria due brani insieme attraverso un crescendo che passa da un’atmosfera piatta e rilassata ad un turbinio di profonde linee di basso e ritmo incalzante di batteria sopra i quali Mick Taylor punzecchia con la sua Les Paul, mentre Mayall lancia delle vere e proprie sassate sonore attraverso il suo Hammond. E come se non bastasse, gli effetti psichedelici dell’organo condurranno poi alla chiusura dell’album con un tappeto di percussioni e un fantastico effetto di chitarra alla “spaghetti western” che portano a termine il viaggio di John Mayall. Blues from Laurel Canyon venne registrato tra il 26 ed il 28 agosto del 1968 negli studi della casa discografica Decca, a Londra. Poco meno di un anno più tardi, lo stesso John Mayall darà la propria benedizione al giovane Mick Taylor per il suo ingaggio nei Rolling Stones, mentre Stephen Thompson e Colin Allen si uniranno agli Stone the Crows. Da parte sua, John inizierà un nuovo capitolo della sua lunghissima carriera, continuando a sperimentare diverse formazioni. Sono molti i concept album nella storia della musica, ma non nel blues: forse non è il genere adatto per descrivere una vera e propria storia. D’altronde, ogni singolo blues rappresenta una piccola storia a se stante, che sia il mal di vivere, la sofferenza per un amore perduto, il patto con il diavolo, l’ossessione per la bottiglia, la follia di ogni giorno… tutto questo era vero fino a quando John Mayall non creò Blues from Laurel Canyon, attraverso il quale raccontò un viaggio vero, il suo, e lo fece unendo fra di loro (senza pause) tutti quegli episodi che lo segnarono profondamente. Ogni singola avventura diversa dall’altra, diverso colore, diversa tonalità, diversa struttura, diversa storia e diversi protagonisti.

BLUES FROM LAUREL CANYON
(Decca Records, novembre 1968)
Tracklist
1. Vacation
2. Walking On Sunset
3. Laurel Canyon Home
4. 2401
5. Ready To Ride
6. Medicine Man
7. Somebody's Acting Like A Child
8. The Bear
9. Miss James
10. First Time Alone
11. Long Gone Midnight
12. Fly Tomorrow

All tracks written by John Mayall.
Line-up: John Mayall - guitar, harmonica, keyboards, vocals
Mick Taylor - guitar, hawaiian guitar
Colin Allen - drums, tabla
Stephen Thompson - bass
Peter Green- guitar on "First time alone"

martedì 13 febbraio 2018

Led Zeppelin I

I Led Zeppelin, gruppo britannico, si formano nel 1968, dopo che il chitarrista Jimmy Page lascia gli Yardbirds, recluta il bassista John Paul Jones, il batterista John Bonham ed il cantante Robert Plant, formando questa nuova band che sarebbe diventata uno dei più importanti gruppi rock della storia.
La loro musica, le cui radici affondano in generi diversi, ha costituito una formula completamente inedita per l'epoca.
Il gruppo, scioltosi nel 1980, anno della morte di John Bonham, fu composto per l'intero periodo della sua attività da Robert Plant (voce, armonica), Jimmy Page (chitarre), John Paul Jones (basso, tastiere) e John Bonham (batteria, percussioni).
In seguito alla morte di Bonham, Page e Plant hanno proseguito la propria attività musicale come solisti, ritrovandosi occasionalmente per esibirsi dal vivo nel corso di eventi commemorativi o celebrativi. I Led Zeppelin sono tra i gruppi di maggior successo commerciale: dal 1968 ad oggi il gruppo ha venduto oltre 300 milioni di dischi.
Il 10 Dicembre 2007 ci fu la loro storica reunion, un concerto di beneficenza tenutosi all' The O2 Arena di Londra con Jason Bonham, figlio di John, alla batteria. La registrazione di questo concerto uscì nel 2012 con il film "Celebration Day". Per questo concerto il gruppo è entrato nel Guinness dei primati per la "maggior richiesta di biglietti per una singola esibizione dal vivo".
Il 12 gennaio 1995 i Led Zeppelin sono stati introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame. In una classifica del 2003 la rivista Rolling Stone, li pone al 14º posto tra i 100 musicisti più importanti di tutti i tempi.
La discografia del gruppo comprende nove album in studio pubblicati dal 1969 al 1982:
1969-Led Zeppelin
1969-Led Zeppelin II
1970-Led Zeppelin III
1971-Led Zeppelin IV
1973-Houses of the Holy
1975-Physical Graffiti
1976-Presence
1979-In Through the Out Door
1982-Coda

Led Zeppelin 1969

L'album inizia con un brano energico e aggressivo: "Good Times, Bad Times", Jimmy Page non perde tempo a mostrarci di cosa è capace con degli assoli eccezionali.
"Babe I'm Gonna Leave You", lenta ballata folk, si mostra intimista e struggente grazie anche all'interpretazione di un Plant in gran vena, oltre che agli stupendi arpeggi di Page.
Si prosegue col blues di "You Shook Me", scritta da Willie Dixon e portata al successo da Muddy Waters, pezzo in gran parte strumentale utile a Page a mostrare di cosa era capace, mentre "Dazed And Confused" viene aperta dai rintocchi di basso di Jones, vero protagonista insieme al solito Page, che si diletta nell'ennesimo assolo di questa canzone.
Ancora Jones si rende protagonista, ma stavolta con l'organo, dell'intro di "Your Time Is Gonna Come", brano rilassante e piacevole, facilmente orecchiabile; invece, nella strumentale e folk "Black Mountain Side", è ancora Page a far da padrone, accompagnato da Vimar Jasani alle tabla, mentre la successiva "Communication Breakdown" è un pezzo veloce ed aggressivo, vero esempio di hard rock, dove si resta ipnotizzati dall' assolo di Page.
"I Can't Quit You Baby" è un'altra cover di Willie Dixon ed il disco si chiude con un brano vigoroso: "How Many More Times", altro potentissimo blues che contribuirà a consacrare gli Zeppelin.

Tracce:
1. Good Times Bad Times
2. Babe I'm Gonna Leave You
3. You Shook Me
4. Dazed And Confused
5. Your Time Is Gonna Come
6. Black Mountain Side
7. Communication Breakdown
8. I Can't Quit You Baby
9. How Many More Times

Formazione:
-Robert Plant - voce, armonica a bocca
-James Patrick Page - chitarra elettrica, chitarra acustica, pedal
steel guitar, cori
-John Paul Jones - basso, organo, cori
-John Bonham - batteria, timpani, cori

Altri musicisti
Viram Jasani - tabla





Grateful Dead-Workingman’s Dead

Dopo essere saliti agli onori delle cronache grazie ai primi tre album pubblicati tra il 1967 ed il 1969, che mostrarono una crescita sempre più sostanziale, con l’inizio del nuovo decennio i Grateful Dead cambiarono la loro direzione musicale in maniera netta ed inattesa. La band capitanata da Jerry Garcia stupì tutti con un’accoppiata di album in cui a predominare non erano più il rock psichedelico od il blues, bensì il country ed il folk, così tanto distanti da quelle sonorità a cui i fan di prima ora del gruppo erano ormai abituati. E così, dopo gli ottimi riscontri ricevuti da Anthem of the Sun prima ed Aoxomoxoa dopo, il combo di San Francisco inaugurò il nuovo decennio pubblicando nel giugno del 1970 Workingman’s Dead e nel novembre dello stesso anno American Beauty, due album che portarono finalmente quel successo commerciale che ancora non era arrivato. La formazione dell’epoca comprendeva, oltre al già citato Jerry Garcia (il quale gestiva le parti soliste di chitarra, la pedal steel guitar e presenziava dietro al microfono), anche il chitarrista Bob Weir, il bassista Phil Lesh, il tastierista e armonicista Ron “Pigpen” McKernan e ben due batteristi: Bill Kreutzmann e Mickey Hart. Quest’ultimo non sarebbe durato a lungo tra le fila della band, dato che lasciò i Grateful Dead nel febbraio del ’71, mentre l’addio di McKernan fu un tragico evento, causato dalla sua morte per cirrosi epatica nel marzo del ’73. Settimo membro accreditato tra le note del disco era il paroliere Robert Hunter. Al momento di realizzare Workingman’s Dead, i Grateful Dead erano perciò all’apice della loro carriera, nel pieno della loro vena creativa, enfatizzata dall’album Live/Dead, uscito nel 1969, ovvero la consacrazione della vera forza della band: il palcoscenico, luogo in cui la band californiana si destreggiava in totale libertà dando vita a brani lunghi ed elaborati, frutto del loro genio musicale e spesso completamente diversi, rinnovati rispetto alle corrispettive versioni in studio.
Workingman’s Dead venne registrato in pochissimi giorni e fu molto influenzato da artisti contemporanei coi quali gli stessi Dead avevano rapporti d’amicizia, come anche Garcia tenne a precisare. Tra questi, l’importanza maggiore la ebbero Crosby, Still & Nash, il cui stile riecheggia non poco tra i solchi dell’album. Ciò risulta evidente già nell’iniziale Uncle John’s Band, in cui, al di là del lato strumentale che resta perlopiù uno sfondo, ad emergere sono soprattuto le voci, corali e molto soft nell’approccio, ma allo stesso tempo trascinanti. Stesso discorso per la successiva High Time, canzone che più di tutte potrebbe risultare ostica da digerire per i fan di vecchia data, non abituati ad un andamento così estremamente lento e d’atmosfera. Sotto questo punto di vista, Dire Wolf è una canzone fortunatamente più vivace, che ci risveglia dal leggero torpore iniziale -di qualità, ma pur sempre di questo si tratta- e ci accompagna alla più blueseggiante New Speedway Boogie, con un cantato più deciso e delle chitarre maggiormente impegnate a creare il giusto contorno. Sulla scia di quest’ultima troviamo anche Cumberland Blues, canzone dal ritmo per la prima volta incalzante e molto coinvolgente. Il comparto vocale gira senza intoppi e qui più che mai viene a galla la vera anima country dell’album. Si torna su ritmi blandi e quasi trascinati su se stessi con la gradevolissima Black Peter; al di là della bella voce narrante di Garcia, si capisce subito che ogni elemento è al proprio posto, e così anche un lieve accenno di tastiere sullo sfondo o una nota emessa dall’armonica in maniera appena percepibile risulta fondamentale per la buona riuscita del pezzo. Easy Wind è invece una di quelle tracce che sembra costruita apposta per essere riproposta dal vivo, in lunghe suite di venti minuti o anche più, in cui ogni strumento ha la possibilità di finire sotto i riflettori con assoli o sperimentazioni varie. La prima e l’ultima traccia di Workingman’s Dead furono le due canzoni scelte come singoli (che tra l’altro non ricevettero un gran feedback all’epoca). Tra le due, la più azzeccata a svolgere questo ruolo è però Casey Jones, frizzante ed estremamente orecchiabile, che ben si adatta al mood del disco.
Il quarto album dei Grateful Dead all’epoca in cui uscì lasciò spiazzati gran parte dei fan della band, e rappresentò un punto di confine piuttosto netto tra il materiale pubblicato prima di allora e quanto fatto successivamente. Paragonare questo lavoro con i precedenti sarebbe un errore in partenza, dato che si tratta proprio di generi e stili differenti tra loro. Con American Beauty i sei californiani proseguirono sulla direzione qui intrapresa -d’altronde solo pochi mesi separano la pubblicazione di questi due album-, salvo incappare di lì a poco in alcune traversie -citate in precedenza- che stravolsero ancora la loro identità musicale. Quarantacinque anni ci separano oggi da Workingman’s Dead, e certo tanti fattori sono cambiati da allora, ma a dispetto delle naturali critiche che si possono muovere a questo lavoro, è significativo notare come certe canzoni suonino ancora efficaci come un tempo, pur nella loro semplicità compositiva. Così lontane da quella primigenia forma di rock psichedelico cui i Grateful Dead ci avevano tanto bene abituati, ma sempre fortemente piacevoli da riascoltare.

Tracce:

Side one

1. "Uncle John's Band"
2. "High Time"
3. "Dire Wolf"
4. "New Speedway Boogie"

Side two
5. "Cumberland Blues" (Garcia, Hunter, and Phil Lesh)
6. "Black Peter"
7. "Easy Wind" (Hunter)
8. "Casey Jones"

2003 reissue bonus tracks

9. "Dire Wolf" (recorded at Santa Rosa Veteran's Memorial Hall on 6/27/1969)
10 "Black Peter" (recorded at Golden Hall Community Concourse in San Diego on 1/10/1970)
11 ."Easy Wind" (recorded at Springer's Ballroom in Portland on 1/16/1970)
12. "Cumberland Blues" (recorded at the Oregon State University Gym on 1/17/1970)
13. "Mason's Children" (recorded at the Civic Auditorium in Honolulu on 1/24/1970)
14. "Uncle John's Band" (recorded at Winterland on 10/04/1970)